Buffo desiderare l'inverno d'estate, non ti pare?
http://www.youtube.com/watch?v=d3Dpfkf3zhg (Scena tratta da Control di Anton Corbijn, musica dei Joy Division, No love lost)
Da quel che Martina ricorda: da piccola sognava tanto, sognava di fare mestieri noiosi –parrucchiera, cuoca, veterinaria, commessa di un negozio d’abbigliamento-, sognava di sposarsi –perchè avrebbe potuto sentire il fruscio dell’abito bianco quando si sarebbe seduta sulla banca della chiesa e la stoffa si sarebbe sporcata in un angolino, poiché avrebbe toccato l’inginocchiatoio; ma avrebbe anche potuto osservare la fede brillare appena uscita dal portone, appoggiata, come ogni sposa s’appoggia lieve al suo sposo e avrebbe potuto usarla per far vedere i riflessi della luce alla sua prima figlia e abituarla alla bellezza-.
Poi i sogni erano cambiati con lei, adattandosi alla personalità volubile. Tuttavia rimanevano lì, non sa se restino per farle compagnia, per ricordarle chi fosse stata, o magari per torturarla? Su questo motivo dovrebbe indagare, tanto non possono spostarsi di certo.
Lavora in una libreria, non è certo uno di quei sogni polverosi, ma appartiene alla scatola più recente; non è proprio quello che voleva per la futura Martina, sì, insomma, lei voleva gestire una libreria, non lavorarci dentro. Sua nonna le dice sempre che bisogna accettare quello che passa il convento, che a caval donato non si guarda in bocca, e altri proverbi.
E la nonna ha sempre ragione, anche quando le dice la ricetta per le frappe e non quella dei biscotti per il tè, come le ha chiesto la nipote; in quei casi, che sono molto rari, non è nel torto, chè l’età non fa sbagliare risposte, ma fa brutti scherzi con l’udito.
In fondo cosa importa a Martina che la nonna le dica una cosa al posto dell’altra? Son comunque frasi di un’ineccepibile saggezza, condite da dosi abbondanti di praticità.
- Sposati, sposati uno ricco, non importa se non lo ami. L’amore viene, basta che andate d’accordo ed è fatto il gioco!
- Non si risponde così, bambina mia. Tua nonna t’ha imparato fin da piccina che la convivenza è la prima cosa, devi mantenerla meglio di una casa.
- Ah, se ti prendi addosso tutte queste antipatie, non avrai vita facile. Non aprire bocca per darle aria.
E così Martina aveva capito pian piano che a volte la banalità dei proverbi, della saggezza popolare era l’unica via per una vita in pace, non solo per placare i litigi con la mamma.
Da quel che Martina ricorda: se da piccina sognava un futuro in cui sarebbe dovuta essere simile ad una Barbie, vista la varietà delle carriere, da adolescente un’assurda fissazione l’aveva portata a scrivere. A 11-12 anni, una serie di gialli-umoristici con protagonisti un prete che tentava di essere simile al più famoso Don Matteo e delle suorine che non avevano nulla in comune con lo stereotipo di suora, ma amavano una fede sincera verso il loro Sposo e passavano il tempo a cucinare e a scherzare con Don Marco, il prete già citato. A 13 anni, le troppe ore –che poi, le ore, non sono mai troppe se passate come si desidera, afferma saggia la nonna- trascorse a creare ristoranti, negozi con i suoi adorabili cuginetti l’avevano spinta a scrivere favole. Sì, favole, quelle che avrebbe dovuto abbandonare da tempo e che soffrivano terribilmente, poichè, se per la giovane scrittrice era complicato già scrivere di preti e omicidi, non rientravano nelle solite favole: dove si è mai vista una principessa che può andare a cavallo e ha un’amica che studia per diventare Medico di Corte?
Non a caso, all’adorata cuginetta di 4 anni non piacevano e preferiva i cartoni moderni con ragazzine che vanno in un videogioco alla ricerca di un drago.
Intanto il prete trovava omicidi sempre più difficili e li risolveva tutti, inspiegabilmente e Martina ormai aveva 14 anni. Si dilettava nel comporre storie di donne che rivolevano il proprio passato, di streghe adolescenti condannate ingiustamente, di cose macabre che non avevano nulla di macabro, ma solo un ridicolo cuore di luoghi comuni. Addirittura era arrivata a pretendere di scrivere un libro su stessa, sulla dolce scoperta dell’ “amore”, anzi Amore, che nulla aveva da invidiare a quello fatale di una certa Giulietta e poi a scrivere storielle in cui pretendeva di trovare una morale nelle più tragiche, un qualcosa di particolare nelle più filosofiche. Chiamandosi con un soprannome sciocco, poteva anche far cadere le parole, pesanti a causa del carico di forbita aggettivazione –direi quasi uno stile barocco, sì, da romanzone storico- ed esporre la sua personalità, la piccola scrittrice che ha un sogno sempre avvinghiato a lei, oh!.
Poi tutto cambiò: Martina si sentiva oppressa, sentiva che non era quello che voleva, s’immaginava che scrittrici come Emily Bronte, il suo agognato modello, non avevano tutto quel carico di aggettivi, di particolare e che se lei lo aveva, doveva liberarsene.
Un’amica sincera le dava della leziosa, un amico sincero le dava della leziosa. Martina si guardò la pancia, forse sperando di penetrarla con un bello sguardo e di vedersi dentro, di vedere una bambina tutta fiocchi e decori eccessivi scrivere pergamene su pergamene per ‘una catarsi della mente, eh, sì!’ o come direbbe una normale bambina, per ‘metter su carta i pensieri’.
Non riuscì a vedersi, e tuttora non ci riesce. Ma ora, forse ora!, sa il perchè: perchè è lezioso anche questo, la pretesa di vedersi dentro è un’illusione, non esiste un dentro come non esiste una catarsi della mente. Esiste solo Martina con il suo lavoro in libreria, con i libri che se sistema male cadono giù dagli scaffali, si rovina la copertina e lei odia le copertine rovinate (in quanto ancora lettrice appassionata, non vuole comprare un libro con la copertina rovinata e così se compra uno di questi poveri libri, usa tanto, tanto scotch).
Quindi non c’è né una Martina leziosa né una particolare! Come fare? Nulla, continua a sistemare bene i libri e sta’ attenta alle copertine. In fondo non è quello che volevi fare? No!!, risponderebbe la vecchia Martina, ma la nuova, assorbiti i consigli della pratica nonna, dice sicura Sì.
Fra le copertine un po’ rovinate –non è perchè sono cadute, ma perchè quelli sono i libri che ogni tanto Martina afferra e, con la scusa di sistemarli meglio, apre e legge stralci conosciuti, parole che è come se abbiano un po’ di lei, pur essendo dei libri arrivati da un brutto magazzino in periferia.
A seconda di quanti libri Martina ha letto di un certo scrittore, può considerarli amici o meno: ci sono gli autori di una breve e illuminante chiacchierata, quelli da un intero pomeriggio di pensieri veri. Di altri, ha letto un libro o più, ma è stato solo un brutto incontro e preferisce non rivederli.
Autori che con le loro parole non sono stati leziosi, particolari, ecc. ma sono stati veri.
Bianca, Susanna, Louisa, Emily, Victor, Gustave, Jacques,William, Clive, Arthur, Isabel, Joanne, Emily, Saffo, Catullo, Ovidio, Jane, Alberto, Simone, Alessandro, Virginia, Pier Paolo, Truman, Marguerite, Elsa, e perchè no, anche Ian e Robert.
Da quel che Martina ha trovato: senza provocare, senza stupire, senza cercare il particolare, senza agghindarla con fronzoli e/o leziosità, senza aggettivare.
Uno scrittore dovrebbe avere tutti questi ‘senza’, e solo un ‘con’: la verità.
Siamo perduti ognuno nella nostra vita, uno qua uno là, due corpi che vivono nel fiore di una trista giovinezza. Che gesti fai tu mentre io qui cammino per i campi, o sto presso la stufa, o vado a Rosario, o rido tra visi che non conosci? Albe, vespri, sere, meriggi, i miei gesti qua, i tuoi gesti là, lasciati apparire inutilmente giorno per giorno dentro la conca della luce o il silenzio delle notti.
Ma adesso quello che più mi addolora è la tua lontananza; in questo momento penso solo alla nostra dolce amicizia interrotta, alla tua compagnia che mi manca, alle confidenze così lunghe e gioiose che ci facevano consumare insieme lunghe ore. Penso come eravamo vivi in quel momento, e come quei nostri due corpi che chiacchieravano come se quel momento dovesse durare per sempre, siano inesistenti nella nostra memoria, due immagini che hanno il solo scopo di farci rattristare e rimpiangerci.
(Lettere agli amici, Pier Paolo Pasolini)
Quando la nostalgia, essere veramente maligno, assale, spinge a ricordare non gli eventi che hanno avuto grande importanza –matrimoni, battesimi, comunioni, cresime, funerali, divorzi, traslochi, primi giorni di scuola, primi giorni di lavoro, colloqui falliti, esami falliti, primi baci, primi fidanzati, prima amica del cuore, primo amico d’infanzia, primo pesce rosso prigioniero in un barattolo di vetro, primo gattino randagio rubato alla strada, primo cuore palpitante, primo cuore spezzato, primo amore vero, ultime parole dette, ultima persona vista, primo libro letto, ultima foto scattata, prima foto scattata, e così proseguendo- e le pesanti ripercussioni avute sulla vita (il primo pesce rosso prigioniero in un barattolo di vetro fu anche il primo pianto e portò forse al rifiuto di stare chiusi in casa nell’adolescenza che seguì).
La nostalgia, dimentica di tutte quelle prime volte e memore di tutti quei gesti piccoli, stupidi che mentre venivano compiuti, passavano completamente inosservati, nel caos di troppe azioni dimenticati.
Ma, dopo che il caos si è placato soggiornando nei ricordi, i gesticcioli, gli oggettini possono finalmente avere una vita decente: un ginocchio pieno di graffi, una fetta di pane e Nutella, i capelli orrendi di certe bambole, una melodia inusuale, un naso roseo a forma di cuore, delle vibrisse trasparenti, unghie tagliate e ormai giallastre di una gatta scorbutica, una manina di plastica, gattini riportati come regali da una località turistica, fili colorati di un braccialetto estivo, una cannuccia azzurra, una stellina dorata, due chiodi, un anello rotto, dei bottoni dispersi, dei fiori lasciati ad essiccare sul legno blu mare, pezzetti di una frase sussurrata, sorrisi orribilmente timidi, mani che non trovano pace, occhi che son l’unica cosa bella, ciglia lunghe e nere senza mascara, uno o due riff di chitarra con rispettivi ritornelli, furti di figurine, dolci che erano proibiti, ipocriti baci sulle guance, toni di voce da confondere, pinoli da schiacciare con i sassi, la sabbia fra i denti, foglie che scricchiolano al passaggio di qualcuno, porte sbattute, le fragoline di bosco mangiate appena colte, una macchia viola mirtillo, jeans usati fin troppo, un sistemarsi la frangia per coprire gli occhi, i rumori delle notti estive.
Se fosse finito tutto- e dico sul serio, una fine senza ritorno-, noi, protagonisti di questo ipotetico libro, cosa ricorderemmo? Brevemente: un maglione verde, un volantino con un grillo parlante, una luce accesa/spenta, un soprannome sciocco, una considerazione arguta, una cotta ridicola, un equivoco, svariati pizzicotti sui fianchi, abbracci soffocanti, assilli quotidiani, una mano che chiude una bocca, una scimmia peluche piuttosto impolverata, una parola ‘leziosa’, un libro sopravvissuto, due gatti neri dai nomi ridicoli, dei consigli preziosi, passeggiate senza meta, un cielo grigio-azzurro, un cielo azzurro, un cielo pieno di nuvole, una pioggia, una nevicata marzolina, una Terrazza, parecchio vento, gelati fuori stagione, lettere noiose, una dichiarazione con molti giri di parole, un far finta che non esista, giorni di mirabile resistenza, bouquet improvvisati in bicchieri di plastica, annotazioni a margine, oggetti informatici perduti, unghie tagliate corte e unghie dipinte, due magliette uguali, un gatto rosa, molteplici telefonate senza risposta, promesse da marinaio, compleanno rovinato e compleanno anticipato, gelosia da amicizia malsana, un panda, un fast-food unto, una guida da ritiro della fresca patente, abbracci con le unghie, insulti a non finire, ammissione miracolosa ‘sono un bastardo cronico’, concerti in periferia con gelato per cena, litigate e pianti, discussioni senza un punto d’arrivo, un tacito accordo, letture di scritti, canzoni canticchiate con fare distratto, qualche verso di Bowie che si ama, opinioni diversi su Pasolini, personaggi creati con spunti super-evidenti, sigarette ibride ‘per fare il bulo’, rari racconti del passato da una parte ed epici dall’altra, ordini acidi, tasche piene di ‘ti voglio bene’, un cassetto con due agende, due dediche costrette, foto scattate dietro ricatto, un gatto di ceramica che ha fatto qualche viaggetto, un anello che rotola giù per una via, tre zaini uguali, una faccia dalla forma strana, un naso perfetto, un paio di occhi grandi, un’andatura teatrale, una lettura ‘orgasmica’, uno ‘scanner d’Egitto’, un articolo su un forum orribile, discussioni filosofiche riservate a quando il cervello dorme, un paio di occhi che fingono di essere strabici, i capelli spettinati del lunedì mattina e degli altri 5 giorni, dei pantaloni arancioni, una camicia bianca e una nera, dei pantaloni alla pinocchietto, un motorino grigio, un gusto di gelato che è il tiramisù, un fratello che non assomiglia di certo ad Harry Potter, circa 3mila sogni impossibili.
Dici che il silenzio vale ancora il mare?
Le notti, così, risuonano solo nei passi dei ragazzi
La malinconia ha infinite tane
infinite come le stelle,
a Milano o in un’altra città
Pier Paolo Pasolini, Teorema
E’ terribilmente strano passeggiare per un centro pieno di gente, tutti che aspettano l’estate con magliette e occhiali coloratissimi, e contemporaneamente avere la testa piena di un assurdo malumore, che fa tanto aria di un triste novembre, con pure un’interrogazione di greco o matematica che alita sul collo e 5 verifiche in una settimana o poco più.
Per Giacomo, è tutto il contrario: è maggio, l’aria è piacevole, a tratti umida, ha ritirato fuori i suoi pantaloni al ginocchio che lo fanno sembrare tanto Pinocchio –eh, sì, buffo vederlo scendere la discesa che porta al suo adorato carcere (il rinomato liceo classico Mariotti!) con quella andatura, che non ha bisogno di descrizione e con le mani in tasca e i capelli tutti scombinati-, purtroppo non è il solito maggio, utile per divertirsi con il sole che entra dalle finestre.
Il lettore si chiederà: perchè?
Intrufolandosi nei pensieri dell’eroe, troverà una serie di puntini di sospensione; la tua vivace intelligenza è stata bruciata dallo stress.
A luglio tornerà tutto normale, o meglio anormale.
Wake up you sleepy head
Put on some clothes,
shake up your bed
Put another log on the fire for me
I’ve made some breakfast and coffee
Look out my window and what do I see
A crack in the sky
David Bowie, Oh! Pretty Things
Seguito di Al modo degli adolescenti: http://ladradiparoledisogni.splinder.com/post/19261895/Al+modo+degli+adolescenti
Recensioni, i giornali sono pieni di recensioni del nuovissimo libro di Valentina De Marchiis: chi lo definisce un ‘lampante esempio di come i giovani siano più intelligenti rispetto al passato, più svegli’, chi gli affibbia il titolo ‘Libro dell’anno’, anche se siamo solo a maggio, chi, e questi sono in particolare adolescenti, dichiara di non aver mai provato nulla di simile con un libro.
Carla è soddisfatta, ha avuto anche la possibilità di recensirlo per il giornale più importante della nazione, il più venduto, quello per cui ha scritto solo grandi inchieste sulla guerra o sulla sanità.
Prima di rispondere all’impaziente direttore, ha chiesto alla sua bambina, che ha detto solo ‘ Fai come vuoi, mammina’ e la mamma ha deciso di affidare l’articolo alla nonna, professoressa universitaria vecchio stampo che apprezza la scrittura rigida, e la nonna, fra un 30 e lode acquistato e un altro per ripagare un favore, ha elogiato la nipotina in una recensione che non ha lasciato modo di controbattere la tesi ‘Il libro di mia nipote è un capolavoro’.
In tv, nei salotti pomeridiani con le conduttrici rassicuranti, trovano sempre il modo di parlarne. Lo psichiatra è quello che ci perde più tempo, perchè il libro fa discutere sulla visione dell’adolescente, afferma convinto con la sua laurea tedesca (e fantasma):
- Soffermiamoci ad analizzare la caratterizzazione dei personaggi: non possiamo certo definire queste ragazze delle sorelle Pach, cosa?, oh, sì, volevo dire March. Ci troviamo davanti agli occhi un nuovo tipo di adolescenza, che non conosce né moralità né rispetto. Ma che si crea una nuova moralità e un nuovo rispetto. E’ l’evoluzione degli adolescenti che sono stati i loro stessi genitori: ragazzini esaltati dalle teorie sessantottine. E’ l’evoluzione dei loro stessi fratelli o sorelle maggiori: ragazzini sconvolti dagli scandali politici, che adesso cercano di stupire con storielle drammatiche.
Valentina è il futuro, e non possiamo sbattere la porta in faccia al futuro, non credete, gentili telespettatori?
Giulia ha appena chiuso il nuovissimo libro di Valentina De Marchiis, lo trova un libro favoloso, fico e favoloso, o favoloso e fico. Non si aspettava nessuno dei colpi di scena che la (stupenda, favolosa!) scrittrice ha abilmente creato, né che alla fine la sua peggior nemica sarebbe finita ‘nel baratro della droga, dei problemi alimentari, del mondo degli adulti’, come proclamava seccamente il finale. Ah, e poi la fantastica protagonista, Valeria detta Vale, era riuscita a far innamorare di sé l’irraggiungibile, inarrivabile, impossibile bello della scuola, Matteo detto Matt, e tutto era finito bene perchè anche Lidia, la migliore amica di Vale, quella un po’ soprappeso, aveva trovato qualcuno che la amasse per quello che era. Per quell’ammasso di ciccia e brufoli che porta il nome di Lidia, ridacchia Giulia, che fin dalla prima parola ha parteggiato per Vale, la tipica ragazza che tutti hanno preso in giro alle medie perchè ritenuta una secchiona e che poi al liceo, rigorosamente classico, rigorosamente il più prestigioso di tutta Italia, tutti hanno adorato perchè ritenuta una bella superficiale. Intanto si scopre che Vale è tutto meno che superficiale, che sogna di fare la scrittrice fin dalla mirabile età di 3 anni, che vorrebbe scrivere un libro sulla sua vita, che vorrebbe girare un film dallo stesso libro, che le piacerebbe farci anche un musical così potrebbe ballarci e cantarci, nel ruolo da protagonista ovvio.
- Insomma, la tipica adolescente, tutta sogni e bacetti?, dice la sua migliore amica Cleopatra –che poi Cleopatra non è, perchè il suo vero nome è Concetta Incoronata, in onore della nonna e della bisnonna, pie donne-.
- No!, esclama Giulia con la faccetta indignata, tutt’altro. E’ un libro così bello, molto meglio del primo, perchè il primo ti raccontava solo delle medie di Vale. Brutto periodo, eh sì, tutti la prendevano in giro, ha subito anche delle violenze, gravi!, negli spogliatoi femminili perchè le sue compagne biondeocchiazzurri erano invidiose della sua bellezza così semplice. E poi un ragazzo bello, ma cattivo l’ha illusa facendole credere che sarebbero durati per sempre, fino all’eternità. Ma lui non ha aspettato altro che lei andasse in Inghilterra – sai, lei va tutte le estati a Londra, per tenere allenato il suo perfetto inglese- per buttarsi sulla solita ragazza biondaocchiazzurri, che l’ha rifiutato e allora lui si è messo con l’ex migliore amica di Vale, Leti, che non è altro che una banalissima liscia. Vuoi mettere con Vale che ha i ricci? C’è, dai, non c’è paragone, Cleo.
- Che libro intellettualmente elevato! Ah, credo che dopo questo passerai direttamente al caro Lev, o preferisci ridere un po’ con Luigi? Ma no, tu sei il tipo da Jane, sbaglio?
- Cosa?
- Sei così poco elevata per me. Io e te siamo come un falco e un pulcino, capisci? Hai notato il paragone che ho usato? Eh, già, è un classico del mio amico Alessandro.
- Chi, Alessandro quello del 3B? Quello con i capelli rossi e gli occhi verdi, che gioca a tennis? E’ così dolce, e bello. Me ne innamorerei se non lo fossi già di Matt.
- Ah, bè, Matt è il tuo unico amore ormai. Hahaha, che scema che sei, quando capirai che è solo un parto letterario della sopraelevata mente dell’autrice?
- Smettila, lui esiste. Mi ha fatto innamorare, come è successo a Vale; mi ha baciata, mi ha detto frasi dolcissime, mi ha salvato la vita (non ti avevo detto che Matt salva Vale da due stupratori russi? Urlando ‘Toglietele le mani di dosso, sporchi immigrati’ – fa anche parte di un gruppo politico, si chiamano Rivogliamo Beni, chissà chi sarà questo Beni, mah- l’ha salvata, come il principe salva la principessa, come il vampiro salva la timida Bella. Quindi, per tutte queste ragioni, lui esiste. C’è, da qualche parte.
- Rispondi, ti prego!, digita Valentina mentre manda anche un’e-mail a tutti i suoi indirizzi di posta elettronica, un messaggio sulla bacheca di Facebook, circa 20 trilli in una conversazione di Msn.
Dev’essere il 13esimo sms che invia a Matt e lui non la degna di una risposta.
Non ce la fa più, ha bisogno di parlare con qualcuno: Livia! Ma certo, Livia senza dubbio l’ascolterà e la rassicurerà dicendole che Matteo avrà lasciato il cellulare a casa sua, sotto il letto disordinato, e non a casa di Selene, la sua rivale che lo bacia solo per farle rabbia.
Il telefono squilla a lungo e infine risponde la mamma di Livia:
- Sì?, ha una voce strana, oh, ma certo, Valentina. Sì, Livia è qui, sì. Te la passo, ciao.
- Che vuoi?, anche la sua migliore amica ha una voce strana, come se avesse pianto l’intero pomeriggio.
- Niente di che, parlare un po’. Come va con Edoardo?
- Mhm, Edoardo non si fa più sentire.
- Ah, pure Matteo è sparito. Ma perchè sono spariti entrambi?
- Edoardo è arrabbiato, con me. Dice che non dovevo raccontarti di noi due, che lui sarebbe stato con me a patto che nessuno lo sapesse, neanche tu. Si vergogna. Anche io mi vergogno ora che mi hai fatto passare per una sfigata, obesa che passa la sua vita a leggere manga. Grazie, eh.
In ogni caso, se può farti piacere saperlo, il tuo amore, Matteo, è a casa di Selene con gli altri. Ho sentito che avrebbero portato della roba e fatto un po’ di festa. Selene ha anche detto alla sua amica che stasera avrebbe vinto. Credo che cercherà di mettersi con Matteo, dubito che fallirà. Se non c’è altro da chiedere, io torno a piangere mentre in tv analizzano il mio caso di obesità e mi consigliano di fare addominali e corse di mattina.
Livia ha riattaccato senza dire un ciao.
- Tesoro, ascolta, c’è un’amica di mamma che deve farti qualche domandina sul tuo nuovissimo libro, è per il numero speciale di ‘Siamo donne’ di domani. Magari se tu facessi in fretta ad uscire dalla tua camera...
- Eccomi, urla allegra Valentina e chiudendo la porta, dà un’occhiata al diario, ben nascosto sotto le lenzuola, che è identico al nuovissimo libro, in ogni parola, in ogni dialogo, in ogni personaggio cambiato solo di una consonante o vocale nel nome.
- Allora, cara Vale – posso chiamarti così?- cosa dicono i tuoi amici, la tua amica del cuore e il tuo fidanzatino del tuo nuovissimo libro, ‘ Non sono una bambina, ma un’adolescente!’?
Valentina tenta di sorridere radiosa perchè c’è il fotografo che a gesti le chiede un primo piano, e scopre che ci riesce; in fondo cosa le importa di aver dato in pasto al mondo la vita vera di un’adolescente, come declama il sottotitolo del libro.
- Scriva che va tutto fantasticamente, che lovvo la mia amica del cuore Livia e che amo di bene il mio fidanzato Matteo!
- Oh, ma come è dolce questa adolescente!, esclama colpita la giornalista, single di 39 anni, adulta.
E’ da un bel po’ che non vedo Charlotte, è colpa dell’amicizia perchè bisogna fare una volta ciascuna o facciamo come le bambine, che si scannano; è colpa del tempo perchè, crudele, rovina giornate che dovrebbero essere belle, almeno secondo Frate Indovino, quello del calendario; è colpa della prof perchè, ‘frustata’ come dicon tutti, proverebbe piacere nel farci affogare nelle frasi di latino o greco; è colpa dell’umore perchè vorrebbe essere spensierato e ingenuo come anni fa, ma il tempo mi ha costretta a crescere; è colpa della tosse da far invidia a chi, nell’800, soffriva di tisi.
Tuttavia, supponiamo che lei esista comunque, Charlotte vive lo stesso.
E di cose ne ha fatte parecchie: cambiato colore di capelli, poiché il rosso era diventato così di moda e lei non ama molto essere conforme a quelle sciocche abitudini femminili; fatta sparire la stellina sul naso, ci ha messo un delfino, poiché l’estate pian piano si farà viva, come sta prevedendo da settimane.
Dato che ora ha i capelli blu, ha deciso anche di cambiare un po’ il guardaroba e ha buttato via, per sempre!, degli orrendi abiti rosa; li teneva fin da quando era solo un’adolescente con le braccia conserti e le stelline sui denti. Ora tutto quello che è passato le dà fastidio, sente bruciarsi la pelle al ricordo di un bacio che non avrebbe dovuto dare, e al contempo ha un gran voglia di afferrare quella vecchia Charlotte, abbracciarla forte forte e dirle, come una sorella maggiore dovrebbe fare con la minore: ‘Io ci sarò sempre per te!’.
Perchè pensa a tutto ciò? Si è messa nei guai da sola, la nostra eroina, con la passione sfrenata per i ricordi di qualunque forma: fogli consunti, cd, foto strappate, dimenticati libri, matite dell’astuccio.
Tutti che hanno voglia di raccontare qualcosa, non fanno altro che riempire la mente di caos, farle perdere il filo dei pensieri, e far sì che questi volino via, attaccati ad un immaginario aquilone.
E’ questo il guaio dei ricordi: non è colpa loro, ma è inevitabile, devono sempre impicciarsi, e appiccicarsi.
La soluzione ci sarebbe anche, ma Charlotte non è sicura di aver il coraggio; insomma, un’azione così drastica!, e se poi volesse ritrovare quel pomeriggio dei 14 anni passato a farsi romantici film in testa, oppure uno dei quasi 16 in cui era stata così male da non pentirsi di essere cattiva con tutti, o magari uno dall’infanzia, pinoli e Nutella con una bambina dalle labbra carnose, screpolate, come farebbe a ritrovarli tutti o anche solo uno?
Niente, non farebbe niente; dovrebbe solo affidarsi in modo vago alla memoria o sperare nella lungimirante madre, che di sicuro ne avrebbe conservati di pomeriggi per riguardarseli quando sarebbe stata vecchia, sola con l’uncinetto.
Meglio di no, meglio la decisione drastica.
Charlotte svuota, riempie, riscuota, pulisce, alza, curiosa, ride.
E butta tutto in uno scatolone. Buffo, no? Circa un quarto della sua vita se ne sta tutto là, in uno scatolone insignificante e di dimensioni modeste, mentre dentro, quello stesso periodo sarà un coinquilino amante dei grandi spazi per le altre età, si soffocherà là.
La stanza sembra veramente spoglia ora, le pareti celestino-senza-pretese-di-essere-celeste non sono adatte al suo carattere; di lei rimangono solo conchiglie ancora sporche di sabbia; quelle non le ha buttate con le altre cose. E’ convinta che appartengano al mare, poiché ne conservano ancora il respiro.
Era iniziata con una frase di quelle che la sua prof di lettere amava scrivere dopo aver corretto il tema (e c’era ‘Cara Francesca, ammiro molto il tuo sforzo, ma..’, ma anche ‘Livia, non sempre è oro ciò che luccica’, ‘Perbacco, Stefano, quest’italiano, oltre ad avere errori, è un orrore’, ‘Matteo, lo stile non è acqua!’, ‘Impara a prendere posizioni, non essere amica della retorica, Giulietta mia’) e Martina l’aveva presa come uno sbaglio; magari avrebbe voluto scriverlo sul tema di Livia, ma non ha visto che era solo il mio, oppure ha avuto un lapsus, oppure era la sua gemella buona che sa leggere la mia grafia, sarebbe un miracolo.
Gli occhi spalancati, aveva chiesto spiegazioni e quella, fissandola con la solita faccia enigmatica, e stavolta stupefatta come mai l’aveva vista, aveva detto:
- Non riesci a capire cosa ho scritto? Bè, ma è chiaro: ‘Bene. Tu non vorresti avere la possibilità di diventare scrittrice?’- poi si girò e tornò a parlottare con Vittoria di un 7 che le stava stretto.
Gli scatoloni dei vecchi libri erano rimasti sempre chiusi, dopo ogni trasloco, e c’erano stati tanti: prima Firenze, poi decise per delle Vacanze Romane, costruì anche un piccolo nido sia nello Yorkshire che una soffitta tutta azzurra che si buttava sul mare a Creta, vagò per un po’ a Londra e in Provenza, si stabilì infine nel Maine –ogni mattina apre le finestre e la casa viene messa a soqquadro dal vento dell’oceano, viene sventrata e ogni sogno notturno buttato nella sabbia pallida. Fa colazione con il viso gelido e le mani bollenti che stringono una tazza di cioccolata, perchè le è rimasta questa sola, dolce passione a legarla al passato-.
La polvere ormai non spaventava più le pagine sottolineate con pastelli dalle diverse sfumature di blu, anzi si lasciavano tormentare quelle poche che erano rimaste fuori e alcune addirittura avevano subito i temporali inglesi o le mareggiate greche ed ora infine la pioggia fine, invadente e delicata allo stesso tempo, che colpiva la spiaggia.
Per la vecchia Martina sarebbe stato terribile vedere la sua copia di Cime Tempestose, o i racconti di Capote ridotti a fantasmi di se stessi; si sarebbe consolata sapendo che le note alle poesie di Pasolini erano rimaste nella cameretta blu mare di Perugia da qualche parte fra i libri della Pitzorno e quei 2 King che l’avevano incuriosita con le loro ambientazioni.
L’attuale scuote solo la testa, poiché non può vedere degli oggetti trattati senza cura e il disordine le dà noia quanto un tempo l’ordine le faceva venir voglia di spostare tutto facendo finta che fosse passato un uragano o qualcosa del genere.
Non le piace più niente di quello che solo 5 anni prima amava in modo sfacciato: le metafore sono cose stucchevoli, le lettere solo uno spreco di tempo e ancor di più pensare di poter scrivere seriamente, farne un lavoro vero, il sarcasmo è proprio di chi gira intorno alla verità e parlare tanto, nella nuova equazione, equivale a parlare a vanvera, sprecare il fiato, aprire bocca senza motivo, perdere vita in chiacchiere vane. Leggere è un’attività che pratica per forza d’inerzia, perchè per lei è stato sempre difficile sradicare le abitudini dell’infanzia; legge così, la passione l’ha sotterrata con il cadavere di quella che era.
Cosa ne è stato del suo mondo di sogni, sorrisi e ‘discorsi da filosofi’?
La vecchia Martina ci avrebbe scritto un libro con tanto di copertina dai colori malinconici e un titolo sul blu che le ricordava tanto ‘I don’t care if Monday’s blue’ canticchiato nelle mattinate invernali passate a fissare le declinazioni dell’imperfetto greco, e sarebbe stato un libro veramente vittimista ma lei ne sarebbe stata fiera, se lo sarebbe riletto e riletto fino a saperlo a memoria; l’avrebbe letto al telefono alla sua amica dagli occhi grandi, costretto il suo amico del non-ho-voglia a distruggerlo, magari scrivendo a lato battutine acide, spedito alle sue più o meno amiche e accettato con aria fiera tutti i complimenti carini, di circostanza.
Ora, una smorfia è il solo commento e il vecchio riflesso è immerso nel passato e il nuovo non sa se rimarrà un riflesso, diventerà un fantasma fumoso o si appoggerà ad ossa che adesso non vede.
La vecchia Martina spunterà dagli scatoloni pieni di storie che non le appartengono più e farà uno dei vecchi sorrisi, che non sono né da ‘sorride veramente’ né bagnati di sogni impossibili, ma semplicemente un sorriso che coinvolga non solo la bocca, ma anche le sopracciglia, che il naso diventi arricciato e gli occhi brillino pure nel modo più scontato, come da descrizione classica.
Forse l’attuale la rificcherà fra i libri, forse farà finta di non volerla, forse sorriderà con lei, e ridiventerà un volto sfumato dalla felicità.
L’attuale Martina aveva abbandonato ogni speranza, sogno e diventare scrittrice sembrava il desiderio di un’altra persona, di un’altra vita. Aveva chiuso i suoi compagni negli scatoloni, abbandonato la città dalle mura di muschio e dalle salite per altre città piene per tutti, vuote per lei, troncato ogni legame vero o immaginato con persone che non aveva mai capito e viceversa, lasciato tutto immobile, a metà. Così era finita.
Prima o poi scriverò un’altra fine a questa storia
Venerdì 3 aprile 2009, Associazione Culturale Dal Capitano –Capita…dal Capitano!, slogan fregato nel suo myspace e veramente divertente.-, Solfagnano e non sto a ripetere la lunga questione dell’indicazione, perchè stavolta ho imparato la lezione e Dario Argento (vedi vecchia cronaca, live del 12 febbraio) verso le 4 mi ha mandato un sms dicendo che davo sempre e solo bidoni, saluto affettuosamente Dario e mi scuso.
Ma se non ci sono problemi con la strada, devono per forza essercene altri, in ambiti diversi: volantino (il nome maledetto ‘Helmholtz’ è una tortura per chi si trova a doverlo scrivere, senza sapere chi diavolo sia, e infatti è stato prontamente sbagliato e si è arrivati a creare un nuovo famosissimo fisico, ‘helmotz’. Cambiate nome, e il volantino ve ne sarà grato), ora (perchè è patologico, loro non inizieranno mai all’ora prevista, sempre più tardi).
Sono le 22.20 quando io e l’ormai stranota Vi arriviamo nel caro locale, credendo di essere arrivate in ritardo e che il live sia già iniziato. Erano solo paranoie: i Suonatori se ne stanno seduti al tavolo, tutti tranquilli (ma cosa fanno? Si sedano con la camomilla? Eppure c’erano le tazzine di caffè vuote. O forse sono solo io ad agitarmi terribilmente) e ci accolgono allegri dicendo che siamo il loro fan-club. La giornalista consegna il regalino che ha fatto in fretta e in furia poco prima, naturalmente piegato e ripiegato; spetta al cantante, che conosce la mia natura perversa, aprirlo e lanciare un grido di terrore puro. Poi si diverte a fare ‘Indovina chi sei?’ ai suoi compagni; mi sono sembrati veramente delusi, e spaventati!, dall’opera d’arte che è una caricatura in cui Valentina, la tastierista, sembra uno scheletro dall’aria scema che porta la parrucca; Andrea, il cantante, uno che ha appena saputo della morte del suo adorato pesce rosso e ha scelto di diventare un pesce rosso, ma lesso; mentre Simone, Francesco e Francesco sembrano dei cloni di San Francesco, tutti con i baffi, tutti nel bel mezzo d’un’estasi religiosa. Insomma, meglio che eviti di diventare una fumettista.
Alle 22.30, invece di suonare, i nostri eroi si buttano sul divano (sì! Dal Capitano ora ha anche divani neri e scivolosi e pouf o puffi sempre neri. Un motivo in più per venire: se la band è noiosa, potete lasciarvi cullare dal viscido divano, no?). Neanche le dolci richieste –rotture di scatole- della sottoscritta sono servite a spostarli ed hanno continuato ad usare la scusa ‘Non ci fanno suonare, non possiamo’ senza dire il perchè, fino alle 22.50 quando hanno abbracciato i loro strumenti, il cantante si è spogliato rivelando una t-shirt auto-referenziale con il risuonatore stampato.
Dopo alcune note confuse, ecco L’astronave che arriva, che, pure cantata fra un branco di sgabelli vari, resta l’inizio perfetto, anche se a volte mi fa pensare a loro in una sagra di paese, ma fa niente; il cantante alla fine ha il coraggio di denunciare l’errore del volantino e il cameriere ribatte: ‘Ma c’era sul Myspace!’. Purtroppo non c’è stata una lite stile talk-show, ci dispiace.
Un’occhiata al testo e Starman si può cantare con più rabbia del solito e diverse parole perse chissà dove, colpa di un microfono che ce l’ha a morte con i Suonatori. Non disperatevi, il microfono rotto e l’ira da sfogare hanno fatto sì che questa fosse la versione migliore di tutti questi live!
‘C’è qualche Giulia in sala? Basta che alzi la mano’ La tastierista viene costretta ad alzare la mano dallo stesso folle d’un animatore villaggio turistico/presentatore mancato/cantante ‘E’ dedicato a te!’ ammetto che è stata una bella presentazione. Dedicato a te (Giulia) è veramente strana: iniziata con un simil-falsetto da horror, continua con un teeee cantato da un milanese ubriaco, poi sembra riprendersi, ma si ferisce con dei gorgheggi stile devo-sputare-l’acqua-e-il-dentrifico o mi-sto-facendo-i-gargarismi o ehi-ciao-sto-per-morire! e alla fine muore con un te milanese in bocca. Il cantante dice che era tutto voluto, ricercato e molto difficile, ma la canzone (già raccapricciante per colpa delle Vibrazioni) è ormai sepolta. In compenso, ho riso tanto e ho dato un voto: 3, ma è solo per il teeeee milanese.
Ci consoliamo con Layla –‘Non so se c’è qualcuna che si chiama Layla’- bellissima, altro che Giulia (nome che associo sempre a ragazze sciocche), peccato solo per il pubblico di cadaveri.
Ora, questa versione di Via con me mi piace sempre di più, con le parole che si sentono male per colpa del microfono, con ‘I dream of you’ un po’ urlato e il finale lunghissimo.
Ma ecco una delle chicche di stasera, Wonderwall, stupenda! Tutta distorta rispetto all’originale, cantata senza seguire il ritmo –amo i cambiamenti- e addirittura un ‘who saves me’ del bassista, allungata all’infinito.
Wild World in alcuni punti diversa, in altri no, non è segnata da eventi particolari, a parte la gaffe del cantante che non trova la pagina nel suo quaderno e lo comunica con un bel perugino (Propongo di comprare uno ‘sfogliatore elettronico’ per trovare le pagine), e termina con un bellissimo finale –i finali sono una delle cose che riescono meglio ai Suonatori, la loro specialità? Ma sì, un po’ come Truman Capote che scrive un finale che vale quasi tutto il racconto-.
Sì, viaggiare è stata distorta, e non solo nel sì, ma un po’ ovunque, senza togliere i di-di-dii e il ‘Riparare!’ del bassista che stasera non faceva che dondolarsi avanti e indietro e aggiungendo una chitarra diversa e molto più bella. Segnatevi la frase del cantante/letterato pronunciata alla fine:’Se ci tenete a fare un viaggio, da una stazione non si parte mai per la libertà!’ ci teneva a dirlo, e spero di non averla distorta; in caso, chiedo umilmente perdono.
‘I limoni portano al cielo’ o qualcosa del genere per dire che Lemon Tree ‘può sembrare una canzone da pubblicità, ma c’è un’altra lettura’. Mah, se lo dice lui; io ho notato solo un basso che mi è piaciuto e dei da-di-di-da-da.
La sigla per vincere qualcosa viene affidata a Giulia, ovvero Valentina, ovvero la tastierista (mio padre, da cinquantenne esaurito, crede ancora che si chiami Giulia e non Valentina), che abbassa il microfono e mi spiazza totalmente cantando Sincerità, e proprio bene! –avverto i cari Suonatori che la sottoscritta sa fare l’imitazione di Arisa, per me è così semplice visto che siamo goffe e sceme entrambe!-. Poi il momento che tutti aspettavano, il momento per vincere una consumazione: il quiz a cui partecipa Riccardo, incoraggiato dal pubblico di cadaveri. Si tratta di indovinare incipit di poesie, chè i Suonatori voglion fare i buli acculturati. Riccardo sbaglia ‘la nebbia agli irti colli…’ che attribuisce a Leopardi e chiede l’aiuto da casa (mi sto chiedendo se Gerry Scotti si sia impossessato di Andrea), ma gli viene regalata una canzone felice per rallegrarlo, ‘allora facciamo la canzone felice’ che sarebbe Raindrops keep fallin' on my head, povera canzone sempre felice.
Grazie all’aiuto del pubblico, Riccardo riesce ad entrare nel gioco, ma gli viene ancora concesso un aiutino dal pubblico, da me, scelta a caso –bè, vorrei vedere. Una che divora libri come me dove si trova?-; indecisa fra Ungaretti e Quasimodo, dico Ungaretti, poi mi ricorreggo da sola, della serie ‘anche i letterati sbagliano!’.
Altra frase da segnare: ‘Se questo rifiuto di Dio non fosse la via moderna verso Dio?’ che introduce Dio è morto con un malinconico flashback all’estate ponteggiana e al primo live della cara band, ve lo ricordate?
Something senza dedica alcuna (mi chiedo se sia disperso il mitico cugino di Vi, altrimenti detto disperso della volta scorsa) è bella lo stesso, soprattutto per colpa di chitarra e batteria.
Ed ora la canzone preferita del cantante, ‘anche se a volte mi scordo le parole, ma lo faccio per imitare lui’, Sabato italiano. Era chiaro da tempo che volesse imitare Caputo, mi fa piacere che l’abbia ammesso, anche se non credo che il vero abbia il coraggio di contare ‘La notte è una variabile naa na naaaa’ ridendo pure. Reclamo un po’ di serietà!
L’altro evergreen, insieme a Layla, è Nobody knows…, canzone dal titolo eccessivamente lungo e dal finale eccessivamente lungo, ma bello per questo, ci regala un vis à vis cantante/bassista.
Purtroppo arriva anche la pausa, che non avrei voluto arrivasse perchè questi qui dicono piccolissima, poi sono secoli; il cameriere per rendere tutto più piacevole ha deciso di deliziarci con una musica in stile pesce che fa le bolle tranquillo nel suo acquario (anche se lo ammetto, io ho pensato più a un uomo che ha tic da pesce che a un pesce vero. Chi lo conosce, può dirsi fortunato).
Poi ecco sistemarsi, soli sulla scena, cantante e tastierista per Canzone dell’amore perduto, che con questa loro versioncina intima mi mette addosso più tristezza del dovuto tanto è delicata e bella.
Per Mio fratello è figlio unico, gli onori vanno tributati al batterista, che, dopo essere stato chiamato in malo modo sul palco, ha dato il meglio davanti ad una sala pressoché vuota (una nota stupida: mi pare si dica ‘legge Freud’, mi è venuto in mente ‘Io studiavo Freud’ di un’altra canzone, sicuramente peggiore; perchè non fare anche un omaggio a Povia dopo quello ad Arisa??!!???)
Quello che non ho è tutta da cantare, o da accompagnare come ha fatto il cameriere suonando un improvvisato xilofono di bicchieri (senza dubbio, i camerieri adorano i Suonatori!); peccato per la t-shirt bianca. Fiume Sand Creek è un perfetto spettacolo teatrale con l’inginocchiarsi del cantante all’inizio e i suoi gesti, con il finale più suggestivo di quelli della serata. Da rimanerci morti stecchiti, per dirla senza tanta retorica.
In periodi di crisi come questa è giusto dedicare L’operaio della Fiat ai lavoratori e alle lavoratrici, se poi è suonata con passione, anche meglio (il bassista sappia che l’ho beccato a cantare entrambe le canzoni di Rino Gaetano!).
Un Genova Blues, che mai e poi mai riuscirà ad entusiasmarmi nonostante la tastiera mi tenti, risuona nella sala vuota con i 4, pardon 6 più i 2 camerieri, gatti che son rimasti.
Con gli occhi praticamente chiusi, sento un ‘One, two, three, four’ che mi risveglia, perchè Tu forse non essenzialmente tu con le sue urla mi piace tanto tanto.
Dopo le presentazioni come al solito, ‘logicamente vi lasciamo prima di andare via con un pezzo che si chiama Prima di andare via’, che a parte una ‘redenzione’ dalla z strana, è accattivante.
‘Vi ringrazierei uno per uno’ –non che ci voglia tanto, siamo in 6!- chiude questo 7° concerto; io avrei voluto sentire Song 2 e rivedermi l’immancabile vis à vis, ma so di chiedere troppo. Spero di avervi accontentato, anche senza occhiali (aah, non ci vedo nulla, sono la talpa più miope, mi sento persa, ma non ho inventato dettagli come mi avete consigliato!) e senza fare filmati o foto, causa batterie scariche; in compenso ho preso appunti per pagine e ho cantato quasi tutte le canzoni, come ogni fan che si rispetti. Vi auguro di non finire come Harry Potter che al settimo libro è finito a fare il padre di famiglia e quindi è, per così dire, morto, ma di andare oltre questo fatidico numero.
E un’ultima cosa, visto che è già mezzanotte e 40: buonanotte, Suonatori di HelmHoLtz.
Emma si arrabbia spesso, e molto facilmente, perchè è orgogliosa e ci vuole poco a ferirla tanto da farla stare col broncio per mezz’ora; non sorride sempre, come quella scema di Amy e sembra che stia dosando gli attimi di felicità per accumularli tutti in un’ora intera, basti anche solo un’ora al mese e finito il mese, ricomincia con pazienza e se non li userà in quelle settimane, saranno per le seguenti. Per mesi ne ha conservati così tanti da poterli poi riusare in cure di 2 ore l’una, alla settimana, una volta addirittura tre ore che traboccavano di positività.
E’ una che non riesce a leggere neanche un libro quando c’è la scuola che le mette ansia, e la fa addormentare, crollare!, dopo troppo studio, ma appena arriva l’estate, si butta a capofitto in dei bei volumi e non ne esce più finché non ne assorbe ogni più insignificante frase. Ama leggere senza fretta, perchè deve capire tutto e il perdere un piccolo dettaglio rovinerebbe la storia; è una mania che le è venuta a forza di divorare gialli della Christie, così crede Andrea.
Anche con la musica ha un legame strano: non è fondamentale, è indifferente la sua presenza; c’è un solo gruppo che le piace veramente, ma non le interessa sapere i testi a memoria o quanti anni abbia il cantante, le piace, punto, stop, chiuso il discorso.
Forse, se le chiedessero di descriverla, risponderebbe così: elenco di banalità e comportamenti vari, un po’ di psicoanalisi da adolescente della serie ‘da che pulpito!’ e magari anche qualche commentino crudele che di sicuro non pensa.
Ma, dato che Andrea dev’essere sempre diversa e spaventosamente sopra le righe, si è preparata un bel discorsetto, che vorrebbe uccidere la retorica da tema dell’elementari sull’amica del cuore; eh, sì, il solito tema stupido che anche lei! ha fatto per strappare lacrime all’esame di quinta elementare.
‘Descrivi la tua migliore amica: aspetto fisico, carattere, passatempi preferiti…’
Se solo potesse riscriverlo ora, inizierebbe più o meno così:
- Voglio immaginarla come un giardino, di quelli che trovi nascosti nel dedalo di vicoletti, discese e salite; di quelli con le mura alte e il cancello che cigola perchè il suo padrone non vi è più tornato e l’olio è solo un sogno per quella serratura, che magari non avrà neppure più le chiavi, perse chissà in quale cassetto di casa; di quelli che quando li vedi, rimani estasiato e sai dire solo ‘oh.’, e non solo perchè ti manca il fiato dopo tanti su e giù, ma perchè non te l’aspettavi di trovarlo qui dopo tanti mattoni; di quelli che non hanno giardiniere perfetto che si diverte a tagliare i cespugli in modo buffo né una signora in pensione che ama passarvi le ore, ma solo se stessi, ed è divertente la loro solitudine perchè le erbacce non vengono mica discriminate dalle rose più belle e l’edera se ne frega di non poter abbracciare il muro, quindi gli entra dentro e diventa una ragnatela di verdi vene; di quelli che aspettano la pioggia chè è l’unica cosa che può picchiare, accarezzare, colpire debolmente mentre l’acqua che non viene dal cielo fa solo danni; di quelli che il cancello, poiché non vede l’olio da secoli, non ti farà mai entrare e le mura ti minacceranno sempre con il loro cipiglio tristemente antico; di quelli che se il miglior architetto di giardini del mondo perdesse un’intera vita per risistemarlo, lo vedrebbe perfetto solo per una settimana e impazzirebbe vedendo il ritorno del caos; di quelli che mi sembra di averlo già visto in qualche libro molto romantico, non so, forse Parigi –ricordo un giardino con una statua col breviario, ma per diventare simile al mio, tutto dovrebbe cadere a pezzi, e che sia stata colpa del gelo invernale o delle piogge d’ottobre, nessuno oserebbe rimetterlo a posto-, forse nella brughiera –e lì sarà colpa del vento troppo violento, e nessuno potrebbe riparare ai danni, perchè nessuno esiste laggiù-; di quelli che potrei vedere solo dall’esterno e immaginarmi le sue meraviglie, vedrei una panchina spaccata a metà da una radice troppo violenta, scosterei dell’edera per trovare una fontanella che non funziona da tempo, toglierei foglie dell’autunno passato per trovare dei piccoli mosaici che facevano da pavimento, ma non potrei mai scombinare il suo disordine, rovinerei tutto.
Tu e il giardino vi somigliate terribilmente, e non prenderlo come un insulto o un complimento lezioso (lezioso!), o magari sì, lo è, ma è la verità, la mia personale verità.
Non puoi negare la tua descrizione banale, ma il giardino sì, perchè sei solo tu a conoscerne ogni angolo e sono solo io a vederne piccole crepe grazie alle quali posso immaginare il cuore del giardino.
Romperle e farle diventare squarci sarebbe non esserti amica; entrare dal cancello, ingannato con l’olio, sarebbe ingannare anche te; starsene fuori e lontane dalle mura per paura che mi cadano addosso, sarebbe pensare da egoista.
Se devo essere sincera, non so cosa fare, se violare il divieto ed entrare in silenzio o urlando e calpestando il prato cresciuto senza cure – o Cure!-?
Nel dubbio, salirei le scalette consumate che portano al cancello e in punta di piedi, curioserei con gli occhi fra tutto quel verde, senza aggrapparmi, nemmeno appoggiarmi alle sbarre (perchè saprei che odi il contatto fisico) e non ce la farei a restare un po’ di più.
Ti capirei a pezzetti, i pezzetti che ho visto dal cancello o dalle crepe spiando, o forse inbetween.
* Io, con molta fantasia, interpreto ‘inbetween days’ come ‘giorni di mezzo senza te’, quindi giorni a metà. Molto liberamente.
** Il verde dei caratteri non è scelto a caso, ma sperando che ti piaccia, crudelissima V. (Vi puntato).
Le piaceva particolarmente una canzone, e la cantava sempre. Faceva più o meno così ‘ Io avrò cura di te perchè sei un essere speciale’, l’aveva sentita in un programma tv per nuovi talenti, e le aveva fatto pensare ad una sola persona: Giacomo.
La canticchiava anche mentre lo stava aspettando, distesa sul letto, a pancia in giù con un giornaletto davanti gli occhi struccati. Ora che erano senza eyeliner, Chiara avrebbe potuto stropicciarseli quanto le pareva, ma doveva stare attenta a non infiammarli, o poi il trucco sarebbe stato un disastro totale! I piedi facevano avanti e indietro asciugando lo smalto magenta che aveva messo con infinita cura, tanto per passare un po’ il tempo. Insomma, non passa mai; Chiara pensò che l’attesa fosse la cosa più orribile dell’amore.
Amore, sì, cosa più orribile. Quella era diventata una frase da diario, e Selene aveva sussurrato durante l’ora d’inglese:
- Wow, che meraviglia questa frase! Dove l’hai presa? Scommetto che è quel tipo del ‘600, inglese, no? Sciapeker? Oh, no, è presa dal Piccolo Principe? Uhm, non è il suo stile. Allora, allora…è di Fede?
- Nono, non l’ho trovata in 3msc o in hvdt. L’ho scritta io!, aveva detto tutta orgogliosa Chiara; si sentiva come la giovane scrittrice che vede realizzarsi ogni sogno con l’uscita del suo primo libro, e di sicuro sarà un bestseller. Era un po’ un cliché da favola moderna, ma a Chiara piacevano. C’è anche la ragazza invisibile che viene notata dal bellissimo della scuola, quella con qualche chilo in più che crede nella bellezza interiore, e, qualche sedia più in là, sta ad aspettare lo studente che passa sui libri qualche ora in più e nonostante tutto, è benvoluto e amato da tutta la dolce classe.
Oh, cavolo, sono già le tre, si disse agitata Chiara e prese a cercare una mise adatta alla serata con Giacomo, qualcosa di speciale come diceva la canzone. Era un miracolo che le avesse detto sì, perchè di solito lui amava sfuggirle, perchè di solito rispondeva ai suoi amorevoli messaggi circa 36 ore dopo, se non 48-50.
Eppure! Eccola qui, un sogno adolescenziale fatto persona. Per festeggiare la riuscita del suo piano d’amore, oltre ai piedi magenta, aveva optato per delle mani rosa caramella abbinate all’ombretto che metterà sopra la riga di eyeliner. Una maglia color glicine attillata, Woolrich perchè di notte fa freddo, le aveva detto ieri il premuroso cavaliere.
La voce di Selene nella testa le fece ricordare di prendere il lip gloss alla ciliegia: irresistibile per un bacio, tesoro.
Dalle nuvole filtrano raggi di sole, e Giacomo spera –con tutto se stesso, sì- che sia bel tempo, che non piova come afferma quel gufo del meteorologo. Che sia una bella giornata.
Caldo per essere solo marzo, ma è meglio così; stavolta la pioggia non sarebbe poetica, o almeno servirebbe solo per fare un’entrata tragica, completamente fradicio. Fa un sospiro e torna a fissare la prof, chè in teoria, pura teoria!, dovrebbe stare attento.
- Va bene che non avrete greco alla maturità, ma esigo dell’attenzione!
Giacomo le punta gli occhi addosso e scruta con aria malevola il suo maglioncino rosso ciliegia, sempre lo stesso in ogni stagione, e la faccia da cane arrabbiato, e le dita grassocce con la fede che sta per scoppiare; poi ci sarebbero anche i capelli tinti perfetti, poiché ‘post-messinpiega’, ma sono troppo in alto e la sua pigrizia gli rende impossibile alzare di più lo sguardo.
- Ma lei, il giorno degli esami, avrà ancora questo maglioncino? Non ha le tarme? Sì, bè, da 5 anni che se lo tiene addosso, l’ha mai lavato, non so, con Perlana?
In un secondo il finimondo: la prof dapprima perplessa, afferra il senso della frase, sistema il mitico maglioncino, si dirige alla cattedra facendo ondeggiare la gonna rigorosamente nera, con gli artigli –è quello che Giacomo si immagina, senza occhiali è peggio di una talpa- aggancia il registro e stila nella sua equilibrata grafia una nota per il nostro eroe.
- Sa cosa significa una nota, ora, a marzo?
- Non rivedere il suo maglioncino in una luminosa giornata estiva, detta anche giorno dell’orale?
- Un peccato, un vero peccato sprecare il suo talento a fare di questi ragionamenti.
- Oh, il vero peccato non sarà questo, ma non rivedere più il maglioncino.
Giacomo è immobile, la classe bloccata durante la routine scolastica; si sentono addirittura gli uccellini che giocano nel giardino sotto la finestra.
- Fuori.
E’ esasperata, ma è solo per adesso, domani le passerà tutto, ne sono certo, dialoga fra sé e sé, e poi oggi è bel tempo, bisogna vivere con serenità, e dicendo l’ultima frase, si sente tanto una di quelle versioni di greco che in quarto ginnasio avevano come titolo ‘La saggezza è l’unica via’ o cose così. Ricorda solo i titoli, o meglio sa, perchè ha una buona memoria per il passato e lui, di quelle versioni, sapeva solo i titoli.
Aspetta gli ultimi 5 minuti seduto sul davanzale della finestra del bagno, 3 piani più sopra, e visto che non ha voglia di affrontare la prof, ce ne resta altri 10.
Poi finalmente esce, libero, libero.
Ho fatto bene a portare il Woolrich, si gela stasera, sussurrò Chiara battendo i denti. Erano già passate 4 ore dall’appuntamento delle 7; 4 e 30 minuti; 4 e 47; 4 e 53; 5 ore!
- Oh, disse e quell’oh fece l’eco perchè la strada era talmente vuota da far paura, un messaggio di Giacomo, che carino!
Sms piuttosto stringato: indirizzo sbagliato. Colpa mia. Ciao.
La risposta al suo dolce messaggino è arrivata esattamente 5 ore dopo.
Alla faccia del premuroso cavaliere, e così Chiara scoprì la vera faccia del principe azzurro: era solo quello che Selene, santa donna!, aveva chiamato con un termine molto fine ‘bidonaro’.
Emma se ne sta seduta sul muretto, con lo sguardo perso nel cielo, invece Andrea passeggia avanti e indietro irrequieta, ogni attesa la rende isterica, va a pensare che siano successe le disgrazie peggiori. Poi sente dei passi incoerenti, che vanno a volte a destra, a volte a sinistra; si volta ed è la persona che vede morta nelle disgrazie peggiori, che vede trasformata in vampiro e che progetta di ucciderla con l’aiuto di Emma nei sogni migliori, e che in quelli peggiori è la compagna di esasperanti discorsi insensati e passeggiate a vuoto.
E’ anche la stessa persona che Chiara vede vestita d’azzurro sia quando ha gli occhi aperti, sia quando sono chiusi.
- Credevo che non venissi più! Anzi, ne ero così sicura, me lo sentivo, dice senza aver soffocato del tutto la sua parte più isterica, e ‘mamma chioccia’ a detta di Emma.
- Sono malfidata, afferma poi un po’ dispiaciuta.
- Fai bene ad essere malfidata, con me, dice Giacomo metà serio, metà ironico.
Però sei venuto, è il pensiero di entrambe e quasi in contemporanea, no, senza quasi!, in contemporanea Emma e Andrea sorridono.